Giorno del Ricordo 2016: Intervento al Senato del Presidente della FederEsuli


Intervento del Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati dr. Antonio BALLARIN alla cerimonia del Senato della Repubblica per il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata

10 Febbraio 2016

Signor Presidente del Senato,

Signora Presidente della Camera,

Signori Rappresentanti del Parlamento e del Governo,

Autorità,

Signore e Signori.

La ricorrenza di oggi non è un ricordo che anno dopo anno sbiadisce, né un sentimento per una vaga tragedia vissuta tanto tempo fa ed ormai superata. La ricorrenza di oggi celebra una Memoria ed indica una prospettiva.

Esattamente sessantanove anni fa lo Stato italiano siglava il Trattato di Pace di Parigi, sottoscrivendo in maniera definitiva la catastrofica sconfitta di una guerra devastante.

Alla fine della Seconda guerra mondiale e per i decenni successivi, a guerra conclusa, l’elemento italiano espresso nella Venezia Giulia e nella Dalmazia coincideva, nella mente degli adepti dell’ideologia comunista-nazionalista interpretata da Tito e dal suo regime, come il fattore da dover eliminare alla radice, affinché una nuova e cupa alba potesse sorgere su una terra abitata da due millenni da una stirpe autoctona, latina, veneta, italofona che tanto diede alla Madrepatria.

Conosciamo bene la storia che ne seguì: migliaia di persone innocenti vennero uccise senza processo, spesso dopo torture atroci ed inutili, oppure a causa di devastanti attentati, come a Vergarola settant’anni or sono, e centinaia di migliaia decisero che l’esodo dalle proprie terre era l’unica risposta per salvaguardare la propria libertà. Del resto, quando non si può più parlare la propria lingua, professare la propria religione ed esprimere il proprio pensiero e, al contempo, quando si vuol mantenere la propria dignità umana, non resta altro da fare che andarsene. Così fecero molti di noi, così fecero i nostri genitori.

I martiri delle Foibe, così come i fucilati e gli affogati, furono prima taciuti poi negati, i deportati nei campi di internamento furono silenziati, gli esuli vennero trattati come dei malfattori di cui vergognarsi e dimenticarsi; temibili soggetti ai quali prendere le impronte digitali e da disperdere per evitare chissà quali rischi di ricomposizione di un’identità.

I beni degli esuli, non abbandonati, ma lasciati in affidamento a custodi di fortuna, furono sequestrati ed utilizzati dallo Stato italiano per pagare il debito di guerra di una nazione intera verso la Jugoslavia.

In seguito, nascondere la polvere sotto il tappeto. È stata questa, per anni, la parola d’ordine.

Oggi, dunque, si celebra la Memoria di una guerra perduta e pagata da persone innocenti a beneficio dell’intera Nazione. È la Memoria di cosa vuol dire fare una guerra e cosa vuol dire far pagare le colpe di altri a persone senza peccati.

Oggi si celebra la Memoria di persone perseguitate in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, sradicate per potersi sentire libere ed italiane, ma dimenticate per anni in Patria.

Gente profuga, che ha vissuto sulla propria pelle le numerose ristrettezze che la condizione dell’esilio comporta e che sa bene come l’accoglienza non sia di certo stata il dramma principale dentro la tragedia esistenziale vissuta, quanto, piuttosto, l’impossibilità di ritornare in pace nella propria terra.

Oggi si celebra la Memoria dei tanti diritti umani negati per settant’anni. Diritti ricordati qui, in questa celebrazione. Ricordati da noi, popolo che ha vissuto e che proviene da quell’Esodo. Diritti che verranno ancora ricordarti per altri settanta e più anni, finché non saranno adeguatamente rispettati. Diritti richiesti a gran voce, con civiltà e nel rispetto delle regole, com’è sempre stato fin dall’inizio di questa triste storia, ma con altrettanta determinazione e fermezza, così come dimostrato in questi lunghi anni.

Infatti, abbiamo chiesto e continueremo a chiedere che lo Stato rispetti fino in fondo i trattati internazionali firmati sulla nostra pelle, che ripaghi i beni nazionalizzati a noi, cittadini italiani, perlomeno nella stessa misura con quanto riconosciuto ad altri cittadini italiani, succubi anche loro di altre tragedie, in modo da onorare il principio di uguaglianza sancito nell’articolo terzo della nostra Carta costituzionale.

Abbiamo chiesto e continueremo a chiedere la consegna della Medaglia d’Oro al Valor Militare al Gonfalone della città di Zara, capoluogo di provincia d’Italia più distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Così come continueremo a chiedere l’esplicita inclusione dell’argomento ‘Trattato di pace e sue conseguenze per l’Italia’ nei programmi ministeriali di storia, nonché la menzione nelle celebrazioni ufficiali del 2 giugno al sacrificio della nostra gente come uno dei fatti significativi della costruzione dell’Italia repubblicana.

Abbiamo chiesto e continueremo a chiedere di poter onorare degnamente, con un fiore, una lapide o, semplicemente, con una liturgia da recitare liberamente in lingua italiana aldilà dei confini orientali, le vittime trucidate e che ancora, a volte, si trovano in una foiba, come nel caso del Senatore Riccardo Gigante.

La Memoria del popolo giuliano-dalmata è viva, feconda, generativa; essa mette in moto azioni di pace e di impensabile ricostruzione, ed invoca la speranza che alla vergogna della dimenticanza, seguano opere in grado di riportare giustizia per dei diritti negati da troppi anni ad un popolo che non ha mai avuto colpa.

È la Memoria della pulizia etnica di uno di popoli che costituisce l’Italia. È la Memoria del più grande disastro mai registrato dall’Unità d’Italia, ed in quanto Memoria dice di sé: “Sono la vostra più preziosa amica. Sono la buca in cui non ricadere e la strada sbagliata da non imboccare la seconda volta. Posso essere la vostra più temibile nemica. Perché sono l’occhio che fotografa la vostra vergogna nel buio di una stanza”. [cfr. Alessandro Ghebreigziabiher: Il dono della diversità. Roma 2013]