La memoria come ponte – Intervista al Presidente Codarin


Il quindicinale Panorama pubblicato dall’Edit, la casa editrice di riferimento per la comunità italiana autoctona nell’Adriatico orientale, ha intervistato il Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati, Cav. Renzo Codarin.

LA MEMORIA COME PONTE

La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati (FederEsuli) rappresenta l’organismo unitario che coordina le principali associazioni degli italiani costretti a lasciare l’Istria, Fiume e la Dalmazia al termine della Seconda guerra mondiale. Nata tra il 1989 e il 1990 con l’obiettivo di dare una voce comune agli esuli, la Federazione è oggi il principale interlocutore delle istituzioni italiane sui temi della memoria e dell’identità del confine orientale. A presiederla è Renzo Codarin, eletto nel luglio 2024, che guida l’organizzazione in una fase di rinnovato impegno nella divulgazione storica e nel coinvolgimento delle nuove generazioni. “La verità è come l’Araba Fenice, alla fine risorge. La storia può nasconderla, ma non cancellarla”. Codarin usa quest’immagine evocativa per definire la missione della Federazione.
“Sta a noi creare le condizioni affinché emerga senza conflitti – osserva –. In questo senso, lo spirito europeo ha aperto molte menti su temi che fino a pochi decenni fa erano impensabili”. “Non dobbiamo mai scordarci che se la nostra comunità è stata segnata dalle lacerazioni provocate da quel lunghissimo dopoguerra, un’epoca che da noi si è conclusa nel 1954 con il ritorno di Trieste all’Italia e la perdita della Zona B, nell’ex Jugoslavia per certi versi le ferite sono state persino più profonde e durature, come testimoniato dalle guerre degli anni ‘90, conflitti che hanno avuto anche una dimensione identitaria. Di conseguenza – rileva Codarin – non stupisce se è perdurata una diffidenza rispetto a nazionalità non del tutto omogenee”.

«NON DOBBIAMO ESSERE AUTOREFERENZIALI»

“La nostra aspirazione è di essere un ponte e che la nostra storia, che gradualmente è sempre più familiare agli italiani in futuro venga illustrata anche ai croati e agli sloveni. Le opinioni pubbliche croata e slovena – rileva – sono sufficientemente lontane dalle guerre anche loro per poter capire. Lo testimoniano il Concerto dei tre presidenti in Piazza dell’Unità a Trieste o di quello svoltosi successivamente nell’Arena di Pola. Di conseguenza – sottolinea – non dobbiamo chiuderci in noi stessi ed essere autoreferenziali. Le porte delle nostre associazioni sono aperte a tutti, tant’è vero che abbiamo anche operato modifiche statutarie per permettere di aderire anche a chi non è esule o discendente di esuli. E sarebbe utile che le Comunità degli italiani quando organizzano mostre o pubblicano libri prevedano anche la traduzione rispettivamente in sloveno e in croato”.

Cosa significa occuparsi in Italia della realtà dell’esodo?
“Parliamo sicuramente di un grande lavoro organizzativo. Bisogna mettere assieme persone sparse in tutta Italia. Persone che spesso hanno modi di lavorare e di vedere le cose diversi le une della altre. E nonostante questo bisogna sforzarsi di fare rete e realizzare in modo omogeneo tante cose positive. Il lavoro che ho fatto assieme ai miei collaboratori a Roma e Verona, ma anche in tante altre località d’Italia consiste nel fornire ai nostri comitati, sezioni e delegati i suggerimenti, gli strumenti, i libri… che possono servire per andare nei loro Comuni, nelle scuole del territorio a spiegare la storia della frontiera adriatica. Significa mandare le tessere ai nostri associati dall’Istria alla Sicilia e alla Sardegna. Insomma, è un lavoro molto complesso, ma interessante”.

«STIAMO FACENDO SCOUTING»

Ha difficoltà a trovare collaboratori?
“La sfida del ricambio generazionale esiste, inutile negarlo. Nel nostro piccolo stiamo facendo scouting per il ricambio generazionale. Ma lasciatemi illustrarvi l’esperienza che abbiamo maturato in seno all’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD, ndr), che tra le realtà associate a FederEsuli è quella con la rete più capillare. Prima del Covid, i Consigli nazionali dell’ANVGD si svolgevano solitamente a Mestre che si trova più o meno al centro del territorio dov’è concentrato circa un terzo della nostra gente. A questi incontri aderiva meno della metà delle persone invitate. Con il lockdown ci siamo dovuti ingegnare.
Abbiamo iniziato a promuovere incontri da remoto sfruttando le opportunità offerte dalle piattaforme tipo Zoom. L’iniziativa ha riscosso un successo incredibile. Improvvisamente ai Consigli nazionali hanno iniziato a partecipare tutti. Riusciamo persino a coinvolgere presidenti di sezioni che non fanno parte del Consiglio, ma la cui partecipazione è utile per comprendere esperienze specifiche. La sfida è impegnativa. Moderare e gestire una videoconferenza alla quale partecipano 40-50 persone non è facile però porta tanti risultati perché la gente si sente partecipe”.

La FederEsuli e le realtà a essa associate continuano a rappresentare un punto di riferimento culturale e identitario per la diaspora fiumana, istriana e dalmata del secondo dopoguerra?
“Sì, soprattutto per un motivo. I nostri giornali, come ‘La Voce di Fiume’, ‘L’Arena di Pola’, ‘Difesa adriatica’, ‘Il Dalmata’ e altri, ci hanno permesso di mantenere i contatti con tante persone, e parliamo di lettori che pagano un abbonamento, mantenendo così sempre unite le nostre comunità. Stiamo parlando di un grande valore. Questo consente alle realtà associative che aderiscono a FederEsuli di organizzare i rispettivi congressi, appuntamenti durante i quali oltre a essere scelti i direttivi si scambiano idee.
Uno spazio che si ricongiunge
Inoltre, da quando con l’adesione della Croazia e della Slovenia all’Unione europea e allo Spazio Schengen i raduni, che iniziavano a essere sempre più sterili e con una partecipazione in calo, si svolgono anche a Fiume, Pola, Rovigno… e l’interesse è lievitato sensibilmente. Hanno iniziato a farsi avanti anche persone che prima non ci contattavano e le nuove generazioni. Naturalmente non sono tutto rose e fiori. In alcune località organizzare questi incontri rappresenta ancora una sfida”.

In che modo la FederEsuli e le sigle associative possono contribuire a trasmettere la memoria storica senza cadere in rigidità o visioni divisive, e a stimolare nei giovani curiosità, consapevolezza e appartenenza culturale?
“Lo stiamo già facendo. Abbiamo partecipato con entusiasmo a GO! 2025, che ha visto Gorizia e Nova Gorica condividere il titolo di Capitale europea della Cultura, la prima di carattere transfrontaliero. Un’esperienza che ci ha aiutato a migliorare ulteriormente i rapporti con la Comunità slovena in Italia. La partecipazione a GO! 2025 ha rappresentato una svolta, soprattutto verso la Slovenia, che pur avendo aderito all’Ue prima della Croazia, su certi argomenti continua ad avere un approccio più rigido. Oltre a Rodolfo Ziberna, il sindaco di Gorizia che ha origini istriane ed è associato all’ANVGD, siamo riusciti a coinvolgere in questo progetto anche l’ambasciatore italiano a Lubiana, Giuseppe Cavagna, l’ex ambasciatore sloveno a Roma, Tomaž Kunstlj… Ne è nato un libro che presenteremo alla prossima edizione del Salone del libro di Torino”.

Nel gennaio dell’anno scorso lei era stato invitato a Fiume a intervenire all’inaugurazione di una mostra sul calciatore Paolo Rossi allestita al Museo civico. Esistono contatti con le autorità croate e slovene?
“È affascinante come lo sport possa essere un veicolo per unire i popoli favorendo il rispetto e la stima reciproca. A Zara l’esteta scorsa, in occasione di un concerto mi è stato presentato un assessore regionale e il fatto che entrambi siamo interisti ha certamente aiutati a instaurare il dialogo. A Fiume in occasione della mostra su Paolo Rossi ho conosciuto numerosi interlocutori, rappresentanti del Ministero del turismo, ma anche altre persone che ricoprono incarichi importanti. Reputo che sia utile avere rapporti diretti con le autorità. Stiamo lavorando con Jessica Acquavita, vicepresidente della Regione istriana, eletta in quota Comunità nazionale italiana, al fine di fissare un incontro con il governatore, Boris Miletić.
Siamo in contatto anche con le autorità ecclesiastiche croate. Un dialogo che non sempre è stato semplice, ma che è stato favorito dalla devozione nei confronti dei beati Miroslav Bulešić e don Francesco Giovanni Bonifacio, come pure dall’anima profondamente cattolica del mondo esule. La nostra grande speranza è quella di riuscire a ottenere un luogo dove poter deporre un fiore in ricordo delle vittime delle foibe. Lo chiediamo da anni, sia per il tramite dei nostri ambasciatori sia attraverso il dialogo instaurato con la Cni Lo considero un atto doveroso”.

Sulle relazioni con la Comunità nazionale italiana cosa ci dice?
“Oggi non si tratta più solo di collaborazione, perché con molti esponenti della Cni esiste un rapporto di amicizia. Ci uniscono battaglie comuni, come il rispetto degli accordi bilaterali, l’equipollenza dei titoli di studio e la trasmissione della cittadinanza”.

EVITARE ALTRE LACERAZIONI

Negli ultimi anni, si avverte in seno della Cni un certo grado di tensione e di frammentazione, legato anche a diverse visioni del ruolo e della rappresentanza. Come valuta la FederEsuli queste dinamiche interne alla Cni?
“Se in passato gli esuli erano sostanzialmente disinteressati a cosa succedeva nelle file dei rimasti, oggi la situazione è cambiata. Senza voler interferire e nel pieno rispetto delle decisioni altrui, come FederEsuli crediamo nella necessità che l’Unione italiana sia unita. Continuare a poter fare affidamento su un interlocutore unico per noi è una questione di valore politico di non poco conto. Credo che anche le autorità slovene e croate gradirebbero avere un solo interlocutore.
Non vorremo che ci sia una divisione, che le comunità dei rimasti in Croazia e in Slovenia siano lacerate. Un coordinamento non può non esserci. Auspichiamo che si trovino le soluzioni giuridiche per garantire la sinergia. Entrambi i Paesi fanno parte dell’Ue e sebbene le legislazioni siano diverse crediamo che ci siano i margini per poter mantenere la coesione, indipendentemente da come questa si articolerà”.

IL RUOLO DELLA STAMPA

Il sistema dell’informazione in lingua italiana in Croazia e Slovenia costituisce una parte essenziale del patrimonio culturale della Cni. Qual è, dal suo punto di vista, il ruolo dei mass media in lingua italiana oltre confine nella salvaguardia dell’identità linguistica e culturale dei giuliano dalmati nel territorio d’insediamento storico?
“Sono abbondato alle testate dell’Edit da anni e vedo tanta professionalità. Sono importantissime per permetterci di rimanere informati, conoscere la situazione sul territorio e per favorire il dialogo con i rappresentanti della Cni. Tutte le mattine faccio una sorta di rassegna stampa delle notizie che ci riguardano e le trasmetto ai nostri ‘stakeholders’. Anche a Radio e TV Capodistria va dato atto di fare servizi importanti benché si sentano un po’ schiacciati da Lubiana.
In generale, dobbiamo ammettere che nell’istro-quarnerino il numero dei giornalisti professionisti bravi che si interessano alle nostre questioni è maggiore rispetto che da noi. Inoltre, già il solo fatto che nel territorio d’insediamento storico ci sono giornalisti che tutti i giorni producono informazioni in lingua italiana alla quale crediamo è una testimonianza molto significativa. Questo rappresenta un patrimonio che anche il mondo degli esuli forse dovrebbe imparare a valorizzare maggiormente”.

RECUPERO DELL’IDENTITÀ

Quanto i discendenti degli esuli, ci riferiamo ai loro nipoti e pronipoti si sentono ancora legati alla terra dei loro nonni e bisnonni? Si sentono ancora, almeno in parte fiumani, istriani e dalmati?
“Eravamo giunti a un punto della storia quando tutto stava terminando. Gli esuli di prima generazione avevano iniziato a chiudersi in sé stessi. Leggendo la stampa dei ‘rimasti’ ho intuito che qualcosa di analogo si stava verificando anche da voi. Ciò era dovuto al fatto che della nostra storia qui noi si voleva che se ne parlasse, mentre lì il regime non permetteva che se ne parlasse. Insomma, per un motivo o per l’altro quelli che c’interessano erano considerati temi tabù.
Con l’approvazione della Legge n. 92 del 30 marzo 2004, ossia con l’istituzione del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati in Italia questo silenzio è stato interrotto. Tutto d’un tratto di noi si è iniziato a parlare alla televisione, alla radio, nei giornali, nei convegni. Gli esuli di prima generazione dall’oggi al domani sono diventati quasi delle celebrità.
I Comuni, che prima nemmeno li consideravano hanno iniziato a invitarli e a farli raccontare la loro storia. Ciò ha contribuito a far interessare tanti nipoti e pronipoti alla storia delle loro famiglie, ovviamente non tutti, ma tanti. È straordinario quanto sia forte, dal punto di vista identitario, il legame nipoti-nonni, per certi aspetti più che quello figli-genitori. Poco alla volta le nuove generazioni hanno iniziato a capire perché tutte le estati le vacanze si trascorrevano a Cittanova, a Cherso, a Lussino…
A Udine ho conosciuto una signora di Pordenone la quale mi ha confessato che non capiva per quale motivo la sua famiglia si ostinava ad andare sempre a Parenzo, non soltanto d’estate, ma anche in altre occasioni, ad esempio per la festa patronale. Improvvisamente ha capito come mai in Istria aveva così tanti parenti. Se parliamo dei figli degli esuli di prima generazione posso testimoniare che sono numerosi quelli che si riavvicinano alla nostra realtà, che vogliono riscoprire o conoscere più a fondo le loro origini dopo il pensionamento”.

PIÙ RISORSE PER L’AGGIORNAMENTO

Nell’istro-quarnerino le giovani generazioni pur parlando l’italiano e frequentando le Comunità, hanno, rispetto ai loro genitori e nonni, un rapporto per certi aspetti più distante con la memoria storica del cosiddetto confine orientale, ossia con la complessa vicenda dell’italianità a Fiume, in Istria e in Dalmazia. Qual è la sua opinione a proposito?
“Da un lato dispiace che si stia perdendo il senso d’attaccamento nel senso tradizionale del termine. D’altro canto è quasi meglio che non si ricordino i motivi del distacco. Il fatto che dei temi a noi cari ora se ne possa parlare con tranquillità fa sì che il collegamento ideale ci sia tutto. Parlo anche in virtù dell’esperienza maturata collaborato con i giovani della Cni. Un dialogo costruito partendo da temi leggeri, ‘ludici’ se vogliamo”.

In Italia, i giovani vengo educati sulle vicende che riguardano l’esodo e in generale sulla storia del “confine orientale”? Sono consapevoli della presenza di Comunità italiane autoctone nel Quarnero, in Istria e in Dalmazia? L’istituzione del Giorno del Ricordo ha contribuito a migliorare la situazione o non è cambiato molto rispetto a quando su queste questioni si preferiva “sorvolare”?
“Al di là delle celebrazioni al Quirinale e al Parlamento, in seguito all’istituzione del Giorno del Ricordo tra le associazioni degli esuli e il Ministero italiano dell’Istruzione è stata avviata una collaborazione tesa alla promozione di seminari rivolti agli insegnanti. Parliamo di appuntamenti strutturati in modo molto equilibrato, nel rispetto delle linee guida ministeriali e della consapevolezza che la Legge sul Giorno del Ricordo è stata votata quasi all’unanimità, con il sostegno dall’intero arco parlamentare non estremista. In circa 15 anni oltre 10mila tra insegnanti e dirigenti scolastici hanno aderito a questi seminari. Inizialmente le adesioni erano relativamente poche e vedevano coinvolte spesso le medesime persone. Man mano che la conoscenza sull’argomento è aumentata è lievitato anche l’interesse, tanto che ora spesso le notifiche degli interessati superano i posti disponibili. L’anno scorso in Valle d’Aosta, che nel dopoguerra accolse 500 famiglie di esuli, avevamo pianificato l’adesione di una trentina di persone, mentre alla fine le notifiche sono state oltre settanta. Situazioni analoghe si verificano ormai dappertutto. E questo inizia a crearci problemi. Stiamo seriamente valutando la possibilità di chiedere al Parlamento e al Governo di mettere a nostra disposizione maggiori risorse”.

Oltre che con gli insegnanti si lavora anche con gli studenti?
“Tutti gli anni nell’ambito delle iniziative legate al Giorno del Ricordo il Ministero italiano dell’Istruzione emana alcuni temi da far elaborare ai ragazzi sotto forma di saggi. I testi migliori poi vengono premiati. Sono tantissime le scuole che partecipano. Esiste inoltre il bando per i ‘Viaggi del Ricordo’. Per rendervi un’idea della portata di quest’ultima iniziativa considerate che mediamente i pullman sono un centinaio.
E se prima le scolaresche, spesso accompagnate proprio dai professori formatisi ai nostri seminari, si fermavano a Trieste, adesso questi viaggi didattici toccano anche l’Istria e l’anno scorso sette autobus hanno raggiunto Zara. Spesso i ragazzi, ai quali prima della partenza si da un’infarinatura generale, vengono accolti nelle locali Comunità degli Italiani. E il feedback che ne scaturisce per noi è importantissimo. E poi l’Istria, come il Quarnero e la Dalmazia, sono luoghi talmente belli che entrano nel sangue”.

Un altro pilastro della Cni sono le scuole…
“Per noi la collaborazione con le scuole italiane in Croazia e Slovenia è qualcosa di assolutamente naturale. Ho parlato dei Viaggi del Ricordo e dei nostri raduni nelle località d’origine. Le scuole della Cni vengono sempre coinvolte in queste iniziative. Inoltre, assieme alla Regione Veneto la mia associazione e l’Unione italiana finanziano l’aggiornamento professionale ‘Le due rive: Venezia, Istria, Fiume e Dalmazia’. Un’iniziativa tesa a favorire i contatti tra docenti veneti e quelli delle materie identitarie presso le scuole medie e superiori della Comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia. Sosteniamo anche la Mailing list Histria, un progetto ideato da un gruppo di persone mosse dall’entusiasmo sono riuscite a coinvolgere tantissime scuole, anche quelle di lingua croata. Lo trovo bellissimo”.

GIORNO DEL RICORDO, FILM E DOCUMENTARI PER TENERE VIVA L’ATTENZIONE

A proposito del Giorno del Ricordo, sono trascorsi oltre vent’anni dall’approvazione della legge con la quale questa ricorrenza è stata istituita. Un bilancio…
“Parliamo di una Legge che ci ha dato un riconoscimento morale molto importante. Da un sondaggio fatto eseguire l’anno scorso da un’associazione di dalmati operante a Roma risulta che l’80 per cento degli italiani è consapevole dell’esistenza del Giorno del Ricordo. Vent’anni fa la percentuale scendeva al 5-6. Ormai nella celebrazione della ricorrenza collaboriamo con le amministrazioni di ogni colore politico a parte un’esigua schiera di estremisti.
A un certo punto avevamo notato che l’interesse per il Giorno del Ricordo stava iniziando a scemare. Ci siamo rimboccati le maniche riuscendo ad avviare una feconda collaborazione con la RAI. Sono stati sfornati tanti documentari e film, e in questo modo siamo riusciti a riaccendere l’interesse del pubblico. La Lega Nazionale di Trieste sta lavorando alla realizzazione di un docufilm sulla persecuzione degli ecclesiastici”.

Screenshot

DALLA MOSTRA PERMANENTE AL MUSEO

A Roma, al Vittoriano, nella Sala del Grottone, l’anno scorso è stata inaugurata la Mostra degli esuli dalmati, istriani e fiumani. Quanto sono importanti iniziative di questo genere per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla nostra storia, che poi è anche una pagina di storia condivisa?
“Stiamo parlando di qualcosa d’importantissimo. Nel centro di Roma, all’Altare della Patria diamo dignità a una storia in modo moderno e interattivo. Senza rivendicazioni e nel rispetto dello spirito europeo. Tutto ciò che è esposto ha passato una verifica affidata a un comitato scientifico estremamente rigoroso, composto da professori di alto livello nei rispettivi campi e di varie ideologie. Tutto è presentato in quattro lingue, italiano, inglese, croato e sloveno. Una scelta sulla quale abbiamo insistito nella speranza di poter confidare in futuro su un trattamento reciproco in Croazia e in Slovenia.
L’interesse è notevole. La mostra allestita al Vittoriano, ammirata dal presidente Sergio Mattarella e sostenuta dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è vista in media da un migliaio di persone al giorno. Turisti provenienti da tutto il mondo, non soltanto italiani. Parliamo di un’installazione incredibile, che in futuro sarà ospitata nel Museo del Ricordo, che sorgerà sempre a Roma. Parliamo di un modello che sarebbe bellissimo vedere replicati al più presto anche nel territorio d’insediamento storico. I tempi sono maturi e ciò significa che siamo già in ritardo”.

Fonte: Panorama