Poloj: l’ultima carica di cavalleria.


Il 17 ottobre 1942, i Cavalleggeri del 14° Reggimento Alessandria, sferravano l’attacco sulle truppe di Tito. Il Vicepresidente di FederEsuli Fabio Tognoni ricostruisce i momenti di un’azione che resterà nella storia ma che pochi conoscono.

L’ULTIMA CARICA

I Cavalleggeri di Alessandria a Poloj – 17 ottobre 1942

Quando si parla delle ultime cariche della cavalleria italiana nella Seconda guerra mondiale, il pensiero corre quasi inevitabilmente alla Russia, alla steppa del Don, a Isbuscenskij e a Savoia Cavalleria. Un’associazione mentale comprensibile, perché quella del 24 agosto 1942 è diventata una delle immagini più conosciute della nostra storia militare: cavalieri contro fanteria, sciabole contro armi automatiche, il cavallo che, per un’ultima volta, sembra sfidare la guerra moderna e riesce, contro ogni previsione, a imporsi sul campo.

Eppure, Isbuscenskij non fu l’ultima carica della cavalleria italiana. Cinquantaquattro giorni dopo, il 17 ottobre 1942, molto lontano dalla steppa russa, in un aspro territorio della Croazia, nei pressi di una località chiamata Poloj, un altro reggimento italiano rimontò in sella, sguainò le sciabole e caricò il nemico.

Era il 14° Cavalleggeri di Alessandria.

Quella sera, nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe successo, annoverando questo come l’ultimo episodio di una tradizione militare che affondava le proprie radici nei secoli. Gli uomini di Alessandria non stavano cercando un primato, non stavano celebrando un rito e probabilmente non avevano neppure la possibilità di percepire fino in fondo il significato storico di ciò che stavano facendo. Dovevano semplicemente aprirsi una strada. Ed è proprio da questa considerazione, che credo si debba partire per comprendere Poloj.

Il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria aveva alle proprie spalle una storia già lunga e prestigiosa, essendo stato costituito a Casale Monferrato il 3 gennaio 1850, con quattro squadroni operativi, due provenienti dai Cavalleggeri di Novara e due dai Cavalleggeri di Aosta, ai quali si aggiungeva uno squadrone deposito, proveniente da Piemonte Reale.                                                          

Aveva combattuto in Crimea, aveva partecipato alla Seconda guerra d’indipendenza, a Palestro e a Madonna della Scoperta e, nel 1866 durante la Terza guerra d’indipendenza, si era distinto a Villafranca, nel quadro della battaglia di Custoza, caricando la cavalleria austriaca penetrata tra le fanterie italiane.                                                                                                                      

Per quell’azione lo Stendardo del Reggimento sarebbe stato decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.Il suo motto sembrava quasi anticiparne il destino: “In periculo surgo”: Nel pericolo mi innalzo. Aveva combattuto nella Grande Guerra, sull’Isonzo, durante la ritirata di Caporetto e, nel novembre 1918, aveva partecipato all’avanzata italiana verso Trento. Dal 1930 la sua sede era diventata Palmanova, città che avrebbe finito per identificarsi profondamente con Alessandria e con i suoi soldati a cavallo. Quando l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale, Alessandria era inquadrato nella 1ª Divisione Celere “Eugenio di Savoia” e, nonostante l’evoluzione della guerra moderna, era ancora realmente un reggimento di cavalleria, nel quale il cavallo conservava una funzione operativa fondamentale.

Nel 1941 arrivò la Jugoslavia. Con l’attacco dell’Asse dell’aprile di quell’anno, Alessandria partecipò alle operazioni contro l’esercito jugoslavo; dopo la rapida conclusione della campagna però, la natura della guerra cambiò completamente. Non c’era più davanti un esercito regolare schierato secondo linee riconoscibili, c’era un territorio vastissimo da controllare, attraversato da montagne, boschi, corsi d’acqua e strade difficili; soprattutto, c’era un movimento partigiano che cresceva progressivamente in organizzazione, capacità operativa e forza. Era una guerra completamente diversa. Il nemico poteva apparire e scomparire, attaccare una colonna e dissolversi sul territorio, occupare un’altura e abbandonarla, colpire le comunicazioni, tendere imboscate, scegliere il luogo e spesso anche il momento dello scontro. La cavalleria, paradossalmente, conservava in quell’ambiente una propria utilità, perché il cavallo permetteva di percorrere rapidamente territori nei quali i mezzi motorizzati incontravano difficoltà; ma quella mobilità aveva anche un prezzo, perché un reparto montato aveva bisogno di spazi, di foraggio e soprattutto di acqua e, quando veniva incanalato in un terreno boscoso, accidentato e dominato dall’alto, poteva trasformarsi da forza mobile in un bersaglio estremamente vulnerabile. È esattamente ciò che sarebbe accaduto nell’ottobre 1942.                                                                                  

Nei primi giorni di quel mese, le forze italiane avviarono un’operazione nella zona di Perjasica, tra i fiumi Mrežnica e Korana, dove erano segnalate consistenti formazioni partigiane.                                

Il 16 ottobre, l’Alessandria, comandato dal colonnello Antonio Ajmone Cat, venne posto alle dipendenze del generale Mario Mazza, vicecomandante della 1ª Divisione Celere.                                   

Al Reggimento erano aggregati reparti di artiglieria ippotrainata, carri leggeri e altri elementi.                    Il movimento doveva svilupparsi verso Primislje. Già il 16 ottobre, però, la situazione dimostrò quanto sarebbe stato difficile operare in quella zona. Il Reggimento entrò in contatto con formazioni partigiane e, raggiunta l’area del ponte sul Korana, incontrò nuovamente resistenza. A sera tornò verso Perjasica. Ma c’era un altro problema, molto più elementare e proprio per questo molto più urgente: i cavalli avevano bisogno di acqua.                                                         

La mattina del 17 ottobre, parte del Reggimento dovette quindi essere condotta verso la Korana per l’abbeverata. Anche durante questi movimenti, gli italiani vennero investiti dal fuoco proveniente dalle alture e vi furono le prime perdite della giornata. La situazione avrebbe forse suggerito prudenza. Ma alle ore 13 arrivò l’ordine di muovere nuovamente verso Primislje e il Reggimento si mise in movimento.

Ore 14.30 – Poloj

E qui vale la pena fermarsi per immaginare, almeno per un momento, ciò che quella colonna rappresentava sul terreno: non erano soltanto uomini a cavallo, c’erano gli squadroni, il comando, lo Stendardo, i mitraglieri, l’artiglieria, i carri e gli altri elementi aggregati.                                    

Il dispositivo doveva proteggere contemporaneamente uomini, animali, armi e mezzi, mantenendo la capacità di reagire da qualunque direzione provenisse l’attacco.

Intorno alle 14.30 il Reggimento raggiunse Poloj.

Fu allora, che Ajmone Cat cominciò a comprendere chiaramente ciò che stava accadendo. Le alture erano occupate, le formazioni partigiane si muovevano sui fianchi e cercavano progressivamente di portarsi alle spalle degli italiani.                                                                                                          

Il Colonnello scelse una posizione che consentisse di organizzare la difesa e sfruttò anche le doline presenti sul terreno per mettere al riparo i cavalli. I cavalleggeri, dunque, scesero di sella e per alcune ore Alessandria combatté appiedato. Questo particolare deve essere ricordato, perché ci impedisce di trasformare Poloj in un’immagine romantica e semplicistica, quasi che un reparto di uomini armati di sciabola si fosse improvvisamente lanciato contro le mitragliatrici. Non fu così. Alessandria utilizzò le armi disponibili, occupò il terreno, impiegò mitragliatrici, artiglieria e mezzi aggregati e cercò di contenere l’avversario secondo le esigenze del momento.

Ma, con il passare delle ore, il cerchio cominciò a stringersi.                                   

Ed è qui che entra in gioco un elemento che ritengo fondamentale per comprendere non soltanto la battaglia, ma anche la decisione che sarebbe stata presa quella sera in merito alle comunicazioni. Non possiamo affermare che l’Alessandria fosse completamente isolato dal comando superiore, perché gli ordini continuarono ad arrivare e sappiamo che furono inviati sul posto ufficiali e portaordini. Possiamo invece affermare che i collegamenti erano difficili e che, in alcune fasi, le comunicazioni radio non risultavano possibili, tanto che si dovette ricorrere a motociclisti, staffette e portaordini. È una distinzione importante.

Ajmone Cat capiva perfettamente ciò che stava accadendo intorno a lui, vedeva le alture, osservava i movimenti avversari, comprendeva che il Reggimento rischiava di essere chiuso e poteva valutare direttamente la natura del terreno. Ciò che non poteva comprendere con altrettanta immediatezza, era una visione completa di quanto stesse accadendo al di fuori del proprio orizzonte operativo e, nello stesso tempo, il comando superiore non poteva necessariamente percepire con la stessa precisione ciò che Ajmone Cat vedeva davanti ai propri occhi.                               

È uno dei problemi eterni della guerra: la distanza fra chi impartisce un ordine osservando una carta e chi deve eseguirlo guardando il terreno.

Ore 18 – L’ordine

Con l’avvicinarsi della sera, la situazione diventò sempre più difficile. Il generale Mazza e Ajmone Cat valutarono la possibilità di mantenere le posizioni, perché il ripiegamento, ormai con il buio imminente, attraverso un territorio nel quale erano state individuate forze avversarie anche lungo la via del ritorno, appariva estremamente rischioso da coprire.               

L’accerchiamento stava diventando una realtà. Un ripiegamento a cavallo, nell’oscurità, su un terreno difficile e sotto il fuoco delle armi automatiche, poteva trasformarsi in un disastro.                 

La situazione venne comunicata al comando divisionale e fu inviato sul posto anche il maggiore Sallustri, Capo di Stato Maggiore, perché verificasse direttamente ciò che stava accadendo.

Ma verso le ore 18 arrivò un portaordini con un messaggio cifrato da parte del Comandante della Divisione.

Il significato dell’ordine era inequivocabile: ripiegare. Ajmone Cat comprese immediatamente che cosa quell’ordine avrebbe significato. Tentò di farlo modificare. Non vi riuscì. E qui bisogna evitare ancora una volta la tentazione di seguire la leggenda, perché la grandezza di ciò che accadde dopo non ha bisogno di essere ingrandita. La carica di Poloj non nacque dalla volontà di un comandante che desiderava ripetere le gesta della cavalleria ottocentesca. Nacque quasi dal contrario. Ajmone Cat avrebbe infatti preferito non effettuare quel ripiegamento nelle condizioni che si erano determinate. Ma l’ordine era arrivato. Andava eseguito. E tra il Reggimento e la strada, verso Perjasica, c’erano ormai le formazioni partigiane.

Ore 18.30 – E’ il momento di muovere

Intorno alle 18.30, l’Alessandria cominciò il movimento. I cavalleggeri rimontarono in sella. Con loro c’erano il comando e lo Stendardo. Era ormai quasi buio, il terreno era difficile e il nemico occupava le posizioni dalle quali poteva battere le direttrici di movimento. Dopo poco più di un chilometro, cominciò il fuoco. Fu in quel momento che la natura dello scontro cambiò definitivamente. Non si trattava più di ripiegare ordinatamente. Bisognava sfondare.

Il 1° Squadrone, guidato dal capitano Antonio Petroni, entrò in azione. La sciabola tornò a essere ciò che era stata per generazioni di cavalieri: non un simbolo, bensì un’arma. La tromba diede il segnale. E l’Alessandria caricò.

 Dietro il primo squadrone si mossero gli altri elementi. Il colonnello Ajmone Cat era dentro l’azione. Con lui avanzavano il comando, lo Stendardo, i mitraglieri. Sul fianco, entrarono a loro volta in combattimento gli altri squadroni. Il 3° Squadrone caricò e, dopo essersi riordinato, tornò all’attacco. Il 2° Squadrone entrò nello sfondamento dall’altro lato.                                    

Il 4° Squadrone, incaricato di proteggere l’artiglieria e la parte posteriore della colonna, dovette sostenere combattimenti violentissimi e ripetere le proprie azioni per impedire che l’avversario raggiungesse i pezzi. Il suo comandante, capitano Antonio Vinaccia, cadde nel combattimento. Cadde anche Petroni.

Gli squadroni non avanzarono in un’unica linea perfetta, come potrebbe suggerire una rappresentazione pittorica della cavalleria. Caricarono. Si dispersero. Superarono gli sbarramenti. Si raccolsero. E tornarono ad avanzare. Ed è proprio questo uno degli elementi che rende Poloj così particolare. Quella che chiamiamo al singolare “la carica di Poloj” fu in realtà una vera e propria successione di cariche. Il Reggimento doveva attraversare più sbarramenti.                  

Ogni volta, bisognava aprire un varco, superarlo, ricomporre ciò che rimaneva degli squadroni e proseguire. Intorno c’erano il buio, gli spari, le esplosioni, i cavalli feriti, uomini che cadevano e reparti che perdevano il contatto fra loro. E tuttavia, il dispositivo non si arrestò. Non fu soltanto l’attacco di uno squadrone. Non fu soltanto una manovra locale.                                    

Fu lo sfondamento di un complesso reggimentale nel quale gli squadroni montati furono progressivamente coinvolti nell’azione, mentre con loro dovevano passare il comando, lo Stendardo, i mitraglieri, l’artiglieria e gli altri elementi della colonna.

Il prezzo fu altissimo. Le ricostruzioni riportano 68 caduti, dei quali quattro ufficiali, e 61 feriti, dei quali cinque ufficiali. Numerosissimi furono anche i cavalli perduti. Ma l’Alessandria era passato.

Cinquantaquattro giorni prima, a migliaia di chilometri di distanza, il 24 agosto 1942, sul fronte russo, Savoia Cavalleria, comandato dal colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, si era trovato di fronte a reparti regolari sovietici.

Anche lì la situazione era estremamente difficile. E anche lì il cavallo era diventato improvvisamente uno strumento tattico capace di produrre un risultato che sulla carta poteva apparire anacronistico. Ma Isbuscenskij non consistette nella carica simultanea dell’intero Reggimento. L’azione fu molto più complessa. Gli squadroni furono impiegati con compiti differenti; una parte dei cavalieri combatté montata, un’altra appiedata, mentre mitragliatrici e artiglieria contribuivano al combattimento. Il 2° Squadrone condusse la celebre azione montata sul fianco dello schieramento sovietico; successivamente intervennero altre componenti del Reggimento, mentre il 4° Squadrone combatté appiedato. Fu una vera battaglia di cavalleria moderna, se così possiamo definirla, nella quale Bettoni Cazzago utilizzò alternativamente il cavallo, il fuoco e la manovra. E fu una grande pagina militare.    Nulla deve essere sottratto a Savoia Cavalleria, per restituire ad Alessandria ciò che appartiene ad Alessandria. Ma proprio per questo, dobbiamo usare correttamente le parole. Isbuscenskij fu l’ultima grande carica della cavalleria italiana contro reparti regolari di un esercito nemico.                                                                                                                                                                     

Poloj, avvenuta cinquantaquattro giorni dopo, fu cronologicamente l’ultima carica della cavalleria italiana.                                                                                                                                                                          E vi è una seconda differenza: a Isbuscenskij Savoia combatté come complesso reggimentale, ma i suoi squadroni vennero impiegati con modalità differenti e non tutto il Reggimento caricò contemporaneamente a cavallo, a Poloj, invece, lo sfondamento coinvolse progressivamente gli squadroni montati di Alessandria e assunse la forma di una successione di cariche attraverso gli sbarramenti avversari.

Per questo sarei prudente nel dire semplicemente che Alessandria caricò “a ranghi completi”, come molti dicono, perché un’espressione del genere potrebbe far immaginare tutti gli uomini perfettamente schierati in un’unica linea. La realtà fu più drammatica e, direi, persino più significativa: fu il Reggimento, nella sua struttura operativa, a dover passare, e per farlo, i suoi squadroni caricarono uno dopo l’altro, a volte separati, a volte ricongiunti, addirittura costretti a tornare indietro per proteggere ciò che ancora non era riuscito a passare. È questa, credo, la vera specificità di Poloj. Sapevano di Isbuscenskij?  Quegli uomini sapevano che cosa fosse accaduto cinquantaquattro giorni prima a Isbuscenskij? La risposta, allo stato della documentazione che possiamo verificare, deve essere molto semplice: non lo sappiamo, non abbiamo una fonte primaria che ci consenta di affermare che Ajmone Cat o i suoi ufficiali ignorassero o conoscessero le dinamiche che coivolsero la carica di Savoia Cavalleria. Ma non possiamo neppure presumere che i cavalleggeri impegnati nella Croazia dell’ottobre 1942, possedessero una conoscenza precisa e dettagliata di un’azione avvenuta meno di due mesi prima sul lontanissimo fronte russo.

Questa circostanza non implica che l’Alessandria fosse completamente tagliato fuori dal comando, significa però che il Reggimento viveva dentro un orizzonte informativo estremamente ristretto, nel quale la realtà era soprattutto quella che gli uomini potevano vedere: una quota, un bosco. una strada. Il Korana, le formazioni avversarie che si muovevano sulle alture, il cerchio che si stringeva.                           E infine, un portaordini che arrivava con una disposizione: ripiegare.                                                           

Per questo credo che sarebbe sbagliato immaginare gli uomini di Alessandria consapevoli di stare compiendo “l’ultima carica”. Nessuno può sapere di essere l’ultimo mentre sta vivendo un avvenimento. L’ultima volta esiste soltanto dopo. È la storia che, guardando indietro, stabilisce che qualcosa non sarebbe più accaduto. Per Petroni, Vinaccia, Ajmone Cat e per i cavalleggeri di Alessandria, in quella sera non esisteva un capitolo da chiudere. Esisteva soltanto una strada da aprire. Due cariche, due memorie, e la memoria, come spesso accade, scelse un episodio, tralasciandone un altro in secondo piano. Isbuscenskij divenne rapidamente il simbolo delle ultime cariche italiane, Poloj rimase in secondo piano. Probabilmente, a ciò contribuirono diversi fattori. Isbuscenskij apparteneva alla grande e tragica epopea della campagna di Russia; era uno scontro contro l’esercito regolare sovietico e si prestava immediatamente alla rappresentazione della cavalleria tradizionale che, nel pieno della guerra meccanizzata, riusciva ancora a sorprendere la fanteria avversaria. Poloj apparteneva invece alla guerra jugoslava. Una guerra diversa, difficile, politicamente e storicamente molto più complessa, combattuta in territori occupati contro un movimento partigiano e destinata a essere seguita da avvenimenti ancora più tragici. Anche per questo le due cariche ebbero destini differenti nella memoria storica nazionale. Ma la cronologia non lascia spazio a equivoci: 24 agosto 1942: Isbuscenskij. 17 ottobre 1942: Poloj. Per cinquantaquattro giorni, Isbuscenskij rimane l’ultima grande carica contro truppe regolari. Poloj è l’ultima carica della cavalleria italiana.

E proprio alla memoria di Poloj appartiene un’ultima frase sulla quale è necessario essere, ancora una volta, rigorosi: è una frase tradizionalmente attribuita al maresciallo Josip Broz Tito che, secondo diverse ricostruzioni italiane, parlando degli uomini affrontati in Croazia, avrebbe detto: «Abbiamo avuto l’onore di scontrarci con i Cavalleggeri di Alessandria». Talvolta la frase viene riportata anche nella forma: «Abbiamo avuto l’onore di combattere con il glorioso Reggimento Alessandria Cavalleria». È una frase bellissima, forse troppo bella per non desiderare di sapere esattamente quando sia stata pronunciata, davanti a chi e in quale circostanza. Ed è proprio per rispetto della storia che dobbiamo dirlo: allo stato delle fonti disponibili, la frase è tramandata nelle ricostruzioni italiane dedicate al Reggimento e viene attribuita a Tito, ma non disponiamo di una fonte primaria jugoslava che permetta di certificarne definitivamente la formulazione letterale.

Non per questo dobbiamo cancellarla. Dobbiamo semplicemente collocarla nel posto che le compete: nella memoria di Poloj.                           

E allora forse possiamo terminare proprio da qui, non con l’immagine romantica delle sciabole contro le mitragliatrici, non con la volontà di stabilire se Alessandria sia stato “più grande” di Savoia, perché sarebbe una competizione priva di senso storico e ingiusta nei confronti di entrambi.                                                                                                                                                           

Savoia Cavalleria combatté sul Don contro un esercito regolare e scrisse una delle pagine più celebri della storia dell’Arma, Alessandria, cinquantaquattro giorni dopo, si trovò quasi accerchiato in Croazia, ricevette l’ordine di ripiegare quando il suo comandante riteneva quella manovra estremamente pericolosa e dovette aprirsi la strada attraverso le formazioni che ormai gli chiudevano il passaggio. Caricarono gli squadroni. Passò il comando. Passò lo Stendardo. Passarono, per quanto fu possibile salvarli, gli uomini, i cavalli, le armi e i pezzi. Molti rimasero sul terreno. E quando gli ultimi superstiti si allontanarono da Poloj, nessuno suonò una tromba per annunciare che un’epoca era terminata. Nessuno poteva sapere che non ci sarebbe stata un’altra volta. Nessuno poteva immaginare che, molti anni dopo, avremmo discusso se l’ultima carica fosse stata quella avvenuta sul Don o quella combattuta in quella sera d’ottobre sulle alture della Croazia. Per loro c’era stato soltanto un ordine. E davanti a quell’ordine, un ostacolo che sembrava impossibile da superare. Lo superarono come erano stati addestrati a fare, utilizzando fino all’estremo ciò che avevano: il cavallo, la disciplina, la coesione dello squadrone, e il coraggio individuale.                                                                                      

 Forse è proprio questo il senso più profondo del motto che Alessandria portava con sé: “In periculo surgo”. Nel pericolo mi innalzo. Il 17 ottobre 1942 quel motto cessò per qualche ora di essere soltanto una frase scritta su uno stemma. Divenne la viva rappresentazione di uomini e cavalli, ordini gridati nel buio, squadroni che si disperdevano e tornavano a raccogliersi, ufficiali che cadevano e altri che ne prendevano il posto, uno Stendardo che doveva passare insieme al Reggimento. E quando tutto fu terminato, rimase Poloj. Rimase il nome di un luogo che pochi conoscevano e che da quella sera, sarebbe appartenuto per sempre alla storia della cavalleria italiana. Rimase una carica che non era stata cercata, ma imposta dalle circostanze. Rimase un Reggimento che non sapeva di essere l’ultimo. E rimase, vera nella sua formulazione letterale oppure consegnata dalla memoria degli uomini alla storia del Reggimento, quella frase attribuita al maresciallo Tito: «Abbiamo avuto l’onore di scontrarci con i Cavalleggeri di Alessandria». Forse non occorre aggiungere altro. Perché gli uomini che rimontarono in sella a Poloj, la sera del 17 ottobre 1942, non sapevano di stare chiudendo un’epoca.

Dovevano soltanto passare

E passarono.

Ed oggi che cosa rimane: una chiesetta in mezzo alla boscaglia, restaurata parzialmente dalla volontà della sezione ANAC ( Associazione Nazionale Arma di Cavalleria) di Trieste che ogni anno si reca nel luogo di quella epica carica, a deporre un fiore nella dolina dove vennero trovati resti di cavalli e cavalieri ed a recitare una preghiera davanti a quella croce che tutti li accomuna avvolti da quel silenzio che vorrebbe far ascoltare il suono degli zoccoli, lo scintillio delle sciabole e l’ardore dell’amore di Patria.

Fabio TOGNONI* -Vicepresidente di FederEsuli

Immagini tratte dal libro “Le ultime sciabole” di Fulvio Fumis.

*Già Presidente dell’Associazione Arma di Cavalleria di Trieste.