Riportiamo di seguito, l’intervento a Montecitorio da parte dello storico Gianni Oliva in occasione della cerimonia istituzionale per ricordare l’esodo istriano, fiumano e dalmata e la tragedia delle foibe.
Sono doppiamente onorato per essere qui oggi, sia per il prestigio delle presenze e del luogo, sia perché non provengo dalla storia della frontiera adriatica, essendo torinese per nascita e per famiglia. Anzi, devo confessare che quando ho iniziato la carriera negli anni Settanta, insegnando storia e filosofia al liceo, non ho mai parlato ai miei studenti di foibe e di esodo e non perché fossi omissivo: semplicemente, non ne sapevo nulla.
La frontiera adriatica e il suo dramma erano una delle pagine “indicibili” della Storia nazionale, taciuta nei manuali scolastici, taciuta dai media, taciuta dalle Istituzioni. Un silenzio internazionale (non mettere in difficoltà la Jugoslavia di Tito che, dopo lo “strappo” con Stalin, era diventata un interlocutore per l’Occidente) si assommava al silenzio ideologico di chi non voleva sollevare dubbi sull’operato dell’esercito partigiano jugoslavo e al silenzio, ancor più profondo, di una narrazione storica nazionale che non voleva ricordare la sconfitta del 1940-45 ed espungeva dal racconto tutto ciò che ad essa rinviava.
In realtà, tutto ciò che accade sulla frontiera adriatica alla fine del conflitto, è il prezzo pagato alla guerra scatenata dal fascismo il 10 giugno 1940 accanto alla Germania nazista: salvo che la guerra è stata fatta da tutto il Paese, mentre il prezzo della sconfitta lo hanno pagato gli Italiani che vivevano nell’Istria, nella Venezia Giulia, a Fiume, in Dalmazia.
Ho scoperto una eloquente analogia tra la vita di Norma Cossetto, diventata figura iconica di quella tragedia, e la vita di mia madre. Norma Cossetto era nata il 17 maggio 1920 a Visinada, in Istria; mia madre il 30 maggio 1920 a Giaveno, nelle Prealpi torinesi. Erano entrambe figlie di una piccola borghesia abbastanza illuminata da far studiare anche le figlie femmine, cosa non così usale un secolo fa. Norma Cossetto frequentava un Collegio di suore a Gorizia e si diplomava; mia madre un collegio di Maria Ausiliatrice a Vallecrosia (Imperia) e anch’esso si diplomava. Quindi, Norma Cossetto affitta con un’amica una stanza a Padova e si iscrive all’Università, mia madre fa altrettanto a Torino e si iscrive a Magistero. Poi, nel 1943, mia madre si laurea, per tutta la vita fa la professoressa di francese, si sposa, ha un figlio, dei nipoti, e muore nel suo letto a 95 anni. Norma Cossetto invece non si laurea, perché alla vigilia della discussione, durante la prima ondata repressiva del settembre 1943, viene rastrellata nel suo Paese, stuprata, torturata, uccisa e buttata in foiba. Che differenza c’è tra quelle due ragazze? Solo una: mia madre viveva nel Nord ovest, Norma Cossetto nel Nord est. Perché la storia è cieca, colpisce al di là delle colpe e delle responsabilità. Norma Cossetto e le altre vittime si sono trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato: solo che quel posto era casa loro.
In questi ultimi vent’anni, dall’istituzione della Giornata del Ricordo, molti passi in avanti sono stati fatti. Nonostante vi siano ancora rigurgiti negazionisti o riduzionisti, oggi il tema è sdoganato, molte pagine sono state chiarite, altre verranno studiate e divulgate. Quest’anno, nell’80° anniversario, si aggiungerà un altro tassello parlando della strage di Vergarolla, oltre cento italiani morti (di cui solo 64 identificati) sulla spiaggia di Pola il 18 agosto 1946 per l’esplosione di materiale bellico a cui qualcuno mise l’innesco. La più cruenta strage dell’Italia repubblicana, da pochi conosciuta, raramente ricordata. Il recupero della memoria deve essere fatto nello spirito con cui stanno operando le Istituzioni e le Associazioni della diaspora, e con cui si sono svolte le manifestazioni di Gorizia e Nova Gorica capitale congiunta della Cultura 2025: ricordare non per coltivare rancori, ma per comprendere e dare finalmente il giusto rispetto ai tanti che hanno sofferto e patito nel più silenzio generale. Non esiste una “memoria condivisa”, ogni comunità tende ad avere la “propria” memoria: ma ci possono essere le “memorie riconosciute”, lo sforzo per accettare che nel passato ci sono state insieme le vergogne subite e le vergogne inflitte. Esattamente come hanno insegnato il nostro presidente Sergio Mattarella e il presidente sloveno Borut Pahor nell’estate 2020.
Questo significa, come ha detto il nostro Presidente, trasformare il passato “in patrimonio comune nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione e condivisione per il futuro”.
Prof. Gianni Oliva
Storico e saggista
