Lo scorso giovedì 22 gennaio, con Decreto del Presidente della Repubblica, controfirmato dal Ministro del Lavoro Elvira Calderone, è stata concessa la Stella al Merito della Memoria ai minatori morti ad Arsia: un giusto riconoscimento giunto dopo quasi novant’anni “per onorare il ricordo dei lavoratori caduti”. Il Ministro Calderone lo aveva preannunciato pochi mesi fa a Trieste: da figlia e nipote di esuli istriani, aveva ricordato quella tragedia, sottolineando l’importanza di collocare questo terribile momento della nostra storia, tra i fatti che hanno scandito la storia del confine orientale.
Ottantasei anni fa, il 28 febbraio 1940 alle 4.45, lo scoppio di gas grisù all’interno delle gallerie dei livelli dal 15 al 18, provocava nelle miniere di Arsia ben 185 vittime e 150 feriti, per la maggior parte italiani. Si tratta della più grave tragedia mineraria della storia del nostro Paese, rimasta troppo a lungo dimenticata in quanto quei territori, nel cuore dell’Istria, sono passati alla Jugoslavia prima e alla Croazia poi. Coloro che hanno perso la vita allora, hanno pagato due volte: quando è accaduta la tragedia e negli anni successivi, scontando l’altissimo prezzo dell’oblio della storia, perché spesso considerati stranieri dalla madrepatria e fascisti italiani, dagli jugoslavi.
Un profondo dolore per le loro famiglie, accresciuto dal mancato riconoscimento da parte di chi avrebbe dovuto onorare il sacrificio di tanti minatori. Mancò il rispetto delle norme di sicurezza, soprattutto a causa dell’intensificarsi dell’attività di estrazione, visto l’approssimarsi dello scoppio del secondo conflitto mondiale, che richiedeva più carbone in meno tempo.
I morti di Arsia sono rimasti a lungo ai margini della storia: alcuni di loro erano istriani, altri arrivavano da diverse parti d’Italia, altri ancora avevano origini slovene e croate. Come riportato dall’”Arena di Pola” in quei giorni di febbraio di quasi novant’anni fa: “Tra le 185 vittime ci sono persone coraggiose che si sono prodigate per salvare gli intrappolati nel sottosuolo, sono persone forti e coraggiose, come ad esempio, il sorvegliante Giuseppe Nacinovich, il minatore Matteo Viscovich e il perito minerario Fabio Borontini. Ma più di tutto spicca il nome di Arrigo Gassi, un giovane meccanico triestino, sposato a Sanvincenti. Si racconta che sia sceso più volte in miniera per salvare i feriti. All’appello mancava il suo amico del cuore Angelo Bassanese: è ridisceso in miniera e ha perso la vita per lui. Ha lasciato la moglie ed una bambina di un anno. È stato decorato dal Governo italiano…un tempo lontano anche la Scuola Mineraria di Albona portava il suo nome…”
L’ingenier Augusto Batini, fu Direttore generale di Arsia dal ‘36 al ‘39; fu considerato l’anima della miniera e fino a quando ne fu responsabile, la guidò con attenzione e particolare riguardo. A lui, un altro dirigente dell’epoca, Tagliolato, scrisse in questi termini a seguito della tragedia: “Egregio Direttore…la tempesta è passata sulla nostra miniera e ci ha lasciati tutti sbigottiti…In questi tre anni di vita mineraria ho capito che la miniera è un organismo delicatissimo che può essere diretto soltanto con intelletto d’amore e che perciò tutti gli arrembaggi, le smangiussate e le false economie vengono matematicamente pagate a tempo debito. Purtroppo, la moneta è sostituita dalla vita dei nostri innocenti e laboriosi minatori”.
In ritardo, ma grazie al grande lavoro delle Associazioni e al riconoscimento di quanto accaduto in quegli anni, da parte del mondo politico, grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo, i lavoratori di Arsia vengono oggi ricordati in diverse cerimonie in tutto il Paese.
Fabio Tognoni, Vicepresidente di FederEsuli.

