A sostenere l’iniziativa è Denis Opatič, dell’Associazione dei combattenti (Zveza borcev) di Decani, alle porte di Capodistria. Anche Nova Gorica ha già trasmesso all’Istituto sloveno per la tutela del patrimonio culturale, la proposta di un’iniziativa civica locale, per il riconoscimento ufficiale dell’ iscrizione in pietra, sul Monte Sabotino, come bene protetto.
Nel caso di scritte monumentali come quella su «TITO» poste su rilievi prossimi al confine, ben visibili, anche dal territorio italiano, è importante interrogarsi non soltanto su che cosa rappresentino, ma anche verso chi il messaggio sia rivolto e quale effetto produca nel paesaggio transfrontaliero.
Per l’associazionismo degli Esuli e per i cittadini giuliani, questo aspetto assume un significato particolarmente delicato. Il nome di Tito, esposto in dimensioni monumentali e mantenuto nel tempo, non è infatti un segno politicamente neutro. Tito fu il massimo esponente della Jugoslavia socialista e il suo nome è legato, nella memoria degli esuli e di una parte consistente della popolazione italiana del confine orientale, anche alle violenze del periodo 1943-1945, alle repressioni del dopoguerra, alle foibe, alle confische delle proprietà e al processo storico che accompagnò l’esodo istriano, fiumano e dalmata.
Proprio la visibilità dalla parte italiana, ma non solo, merita quindi di essere posta al centro della riflessione. Una scritta di tali proporzioni non rimane confinata alla comunità che decide di conservarla: entra materialmente nel paesaggio dell’altra comunità. Per chi guarda dall’Italia, soprattutto per gli esuli e i loro discendenti, per tutti coloro che hanno patito le pesanti conseguenze del secondo conflitto mondiale, essa può essere percepita come un monito, come la permanenza simbolica di un’affermazione politico-territoriale oppure come un’esaltazione di Tito e del regime comunista jugoslavo. Una presa di posizione che oltretutto viene a cozzare con la decisione, condivisa a livello UE, da parte della stessa Slovenia, di istituire una giornata dedicata al ricordo delle vittime del regime comunista.
Occorre quindi articolare con precisione questo argomento. Sul piano storico, sarebbe opportuno distinguere tra il fatto verificabile della sua posizione e visibilità e l’affermazione circa l’intenzione con cui essa venne collocata o ricostruita oggi. Dire che può essere percepita come monito è diverso dall’affermare, senza documentazione specifica, che fu costruita allo scopo di minacciare l’Italia. Questa distinzione rende la posizione dell’associazionismo degli esuli, accanto a quella delle amministrazioni italiane coinvolte, più solida anche sul piano storico.
C’è poi una differenza sostanziale tra conservare e riattualizzare un simbolo. Se una scritta viene lasciata sul terreno e spiegata attraverso pannelli, documentazione e contestualizzazione critica, siamo di fronte alla conservazione di una testimonianza. Se invece viene restaurata nella sua monumentalità, periodicamente resa più visibile o illuminata durante ricorrenze celebrative, essa assume nuovamente una funzione pubblica e identitaria. In quel momento la domanda non è più soltanto «dobbiamo conservare il passato?», ma anche «quale messaggio stiamo scegliendo di trasmettere nel presente?».
Ed è precisamente qui che potrebbe concentrarsi una posizione forte dell’associazionismo degli esuli e non solo: non contestare la storia, ma contestare l’eventuale trasformazione della testimonianza storica in celebrazione.
Il problema diventerebbe ancora più evidente qualora alla scritta fosse attribuito lo status di monumento o bene culturale senza un’adeguata contestualizzazione. Un riconoscimento istituzionale potrebbe essere interpretato, soprattutto dalla comunità degli esuli, come una forma di valorizzazione pubblica di un simbolo direttamente associato al regime jugoslavo.
In un territorio di confine che oggi dovrebbe rappresentare la riconciliazione europea, sarebbe invece importante applicare un principio di reciprocità della memoria: se viene tutelata la memoria di chi considera Tito simbolo della Resistenza, della liberazione e della costruzione della Jugoslavia, deve trovare spazio pubblico anche la memoria di coloro per i quali quel medesimo nome significa persecuzione, paura, perdita della propria casa ed esodo.
La particolare collocazione delle scritte monumentali dedicate a Tito, poste su alture prossime al confine e visibili anche dal territorio italiano, attribuisce loro un significato che trascende la dimensione interna slovena, che oltretutto opera a livello europeo con toni di conciliazione. Esse entrano direttamente nel paesaggio storico e memoriale condiviso dalle popolazioni di confine. Per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per i loro discendenti, per chi in terra giuliana è stato vittima di deportazione e repressione, la monumentalizzazione del nome di Tito può essere percepita non come una semplice testimonianza del passato, ma come la permanenza di un monito, di un’affermazione ideologica e dell’esaltazione del regime comunista jugoslavo e del suo massimo esponente. Tale percezione acquista ancora maggiore rilevanza quando il simbolo non viene soltanto conservato, ma mantenuto, ripristinato o illuminato in occasione di ricorrenze, assumendo così una funzione attiva nel presente.
Proprio per questo, la risposta non dovrebbe necessariamente essere la cancellazione materiale del simbolo, bensì la sua trasformazione da monumento celebrativo a testimonianza storica criticamente contestualizzata. Tutelare una scritta non può significare tutelare il culto politico che essa esprimeva. Se riconosciuta come patrimonio, essa dovrebbe raccontare integralmente il Novecento di queste terre: antifascismo e occupazione, guerra e violenze, regime jugoslavo e repressione politica, foibe, esodo, confische, modificazione dei confini e infine il lungo e difficile cammino di riconciliazione fra italiani e sloveni.
In questa prospettiva l’associazionismo degli esuli riveste un ruolo molto importante: chiedere di essere interlocutore nel processo di patrimonializzazione. Non soltanto protestare contro la scritta, dunque, ma rivendicare il fatto che nessuna istituzione possa attribuire un nuovo valore pubblico a quei simboli senza ascoltare anche la comunità che porta la memoria delle vittime, degli esuli e delle terre abbandonate. Per questo, chiediamo alle amministrazioni slovene direttamente coinvolte, di esprimersi chiaramente in merito alla questione, rendendoci disponibili ad affrontare un percorso condiviso, iniziato con GO2025.
Fabio TOGNONI
Vicepresidente di FederEsuli

